Fight Club

3 febbraio 2012

(il concentramento degli ultrà delle squadre del Cairo ieri sul ponte Qasr el Nil prima del corteo)

Le proteste seguite alla strage allo stadio di Port Said, guidate al Cairo dagli ultrà dell’Ahly e dello Zamalek, hanno riaperto ieri sera una nuova battaglia a colpi di gas lacrimogeni e proiettili di gomma a Mohammed Mahmoud, la strada dietro piazza Tahrir che conduce al Ministero degli Interni, dove a novembre si fronteggiarono manifestanti e polizia per cinque giorni e cinque notti. Stanotte il muro di blocchi di cemento costruito dopo quella battaglia dall’esercito è stato smontato a mani nude dai manifestanti, e oggi fra loro e le forze di sicurezza schierate più indietro c’è un grosso varco. Del coinvolgimento degli ultrà nella rivoluzione, spesso come linea di difesa dei manifestanti disarmati, vi ho raccontato in diverse occasioni. Nei momenti più bui della rivoluzione, le loro file sembrano produrre una riserva infinita di forza fisica e di completa assenza di paura. Come tanti ultrà, ma in un paese con 30 milioni di disoccupati, sono ragazzi con poco da perdere, che nell’ultimo anno hanno convogliato il senso di appartenenza, la creatività e le energie a volte nichiliste dello stadio nell’impegno a Tahrir. L’episodio più controverso di cui sono stati protagonisti è l’irruzione nell’ambasciata israeliana del Cairo dopo un corteo pacifico lo scorso 9 settembre (qui il post di Mohamed Fadel Fahmy per Foreign Policy l’indomani, e qui quello di The Arabist). Il loro arrivo in piazza coi canti e le bandiere viene sempre salutato con gioia e gratitudine. In un momento di fortissima tensione, in cui gli ultrà dell’Ahly sembrano scontare una rappresaglia indiretta della polizia dopo i molti confronti diretti di quest’ultimo anno, il Guardian raccoglie alcune testimonianze dei fatti di Port Said e fa un commento sui possibili addentellamenti politici dell’aggressione ai tifosi. Intanto tornano a circolare i materiali che raccontano un po’ il retroterra dei tifosi, in particolare un post del Daily News Egypt dello scorso settembre. E Mohamed Beshir (@gemyhood), ultrà e scrittore, ha pubblicato a novembre il suo “Ultras book”, che è già arrivato alla terza ristampa lo intervista l’Egypt Independent.

♫ La canzone di oggi era “Should I stay or should I go” dei Clash

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

#tasleemsolta

2 febbraio 2012

(Tahrir, 2 febbraio 2011, uno dei cammelli impiegati dalla baltageya per attaccare i manifestanti. La fotografia è di Chris Hondros, che sarebbe rimasto ucciso sulla strada per Misurata, in Libia, il 20 aprile 2011)

Un anno fa, mentre in Egitto tornava la connessione Internet e le tv internazionali cominciavano a riprendere a Tahrir, un gruppo di banditi in groppa a cavalli e cammelli fece irruzione nella piazza piena armato di fruste, spade, pistole e bastoni, calpestando gli occupanti disarmati, che cominciarono a spaccare la pavimentazione stradale per rispondere ai lanci di pietre. L’esercito restò a guardare immobile. La polizia militare fece decine di arresti. Equipaggiamento, cellulari, macchine fotografiche vennero sistematicamente sequestrate, le postazioni delle tv internazionali distrutte, i reporter sequestrati all’interno degli alberghi, picchiati, ritrovati giorni dopo negli ospedali. I manifestanti respinsero l’attacco, sequestrando cavalli e cammelli e requisendo ai banditi i tesserini che li indicavano come iscritti all’NDP, il partito di Mubarak, e i loro lasciapassare della polizia (di cui consegnarono un sacco pieno alla postazione della CNN). La Battaglia dei Cammelli – che su Twitter Beleidy descrisse come “preistorica” – si protrasse nella notte con il lancio di molotov dai tetti sui manifestanti e sui giardini del Museo Egizio, e il giorno dopo spuntarono i cecchini che prendevano di mira i manifestanti con i puntatori laser. In meno di due giorni restarono uccise 13 persone e ne vennero ferite più di 1200.

Il regista Omar Robert Hamilton (su Twitter @RiverDryFilm), che quel giorno fu anche arrestato, ha montato i suoi materiali del 2 febbraio in un breve documentario che potete vedere qui.

Ieri sera la tragedia, completamente inattesa, che abbiamo seguito fino a notte fonda su Twitter, della partita di calcio allo stadio di Port Said, a 220 km dal Cairo, dove i tifosi della squadra ospite, l’Ahly del Cairo, i cui ultrà hanno un ruolo fondamentale nella prima linea delle battaglie di strada con la polizia durante la rivoluzione, benché sconfitti sono stati attaccati dagli ultrà della squadra di casa, alMasry, dopo un’invasione di campo di massa davanti alle forze dell’ordine che stavano a guardare. Al di là della storica rivalità fra le due squadre, tutta la situazione come è stata raccontata dai testimoni (dai giocatori dell’Ahly, portati in salvo con gli aerei dell’esercito direttamente dallo stadio, ai tifosi aggrediti come @Heemalization, che racconta qui in un post in inglese quello che ha visto) è assolutamente atipica – i tifosi del Masry hanno attaccato benché avessero appena vinto, la barriera fra le due tifoserie è stata aperta dalla polizia, e gli aggressori erano armati in modo inconsueto, tanto che molte vittime della strage sono state accoltellate. Bilancio, 76 morti e più di 130 feriti. I tifosi dell’Ahly sopravvissuti sono stati scortati fuori dallo stadio dai residenti di Port Said e non dalla polizia. La Premier League egiziana è stata cancellata, la FIFA ha emesso un comunicato. Oggi alle 16 i tifosi dell’Ahly, probabilmente affiancati dai loro avversari di derby dello Zamalek, faranno un corteo di protesta contro la polizia a Tahrir, che hanno già chiuso al traffico stamattina. Stanotte il maresciallo Tantawi con altri alti ufficiali è andato ad accogliere i giocatori all’aeroporto del Cairo, e ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, mentre 3mila tifosi dell’Ahly attendevano i loro compagni seduti sui binari della stazione del Cairo in un clima di forte rabbia. Il ministro degli Interni ad interim interverrà sui fatti di Port Said alla seduta del nuovo Parlamento già prevista per oggi.

In un delicatissimo momento in cui si tenta di accelerare il #tasleemsolta (il trasferimento dei poteri dall’esercito al Parlamento, uscito dalle urne con una maggioranza dei partiti islamici), la nostra Laura Cappon è riuscita finalmente a intervistare per noi al sit-in di due giorni fa davanti al Parlamento il blogger e attivista Alaa Abdel Fattah, conosciuto in tutto il mondo per la sua lucida analisi politica, per la creazione dei Tweetnadwa, e per i due mesi di carcere che ha scontato fino allo scorso Natale per essersi rifiutato di riconoscere l’autorità dei tribunali militari sui civili. Potete ascoltare l’intervista con @alaa qui sotto nel podcast. In sottofondo sentirete i canti e gli slogan del corteo davanti al Parlamento in Magles el Shaab. Tenete presente che l’intervista è stata registrata prima dei fatti di Port Said.

♫ La canzone di oggi era “Get it wrong get it right” di Feist

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

perché dappertutto

1 febbraio 2012

Sono molto felice di annunciarvi per la puntata di domani 2 febbraio, anniversario della Battaglia del Cammelli a Tahrir, l’intervista che la nostra Laura Cappon ha realizzato ieri al sit-in davanti al Parlamento del Cairo con il blogger e attivista (scarcerato a Natale) Alaa Abdel Fattah.

Paul Mason – giornalista della BBC con una lunga esperienza su economia e industria digitale, di simpatie trotzkiste – ha pubblicato un nuovo saggio che attraverso le sue esperienze sul campo dalle Filippine al Nord Africa, ipotizza una tendenza comune per le sollevazioni popolari e il futuro delle rivoluzioni, un “nuovo essere umano”  reso paradossalmente più forte dai frutti involontari del capitalismo: connessione, accesso, informazione, condivisione. Kate Webb fa un’analisi di “Why it’s kicking off everywhere: the new global revolution”, e Paul Mason ne fornisce un estratto al Guardian.

♫ La canzone di oggi era “Beginning of a great adventure” di Lou Reed

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

free as a bird?

31 gennaio 2012

Come vi raccontavo nella puntata di venerdì scorso, la rete è esplosa di post e commenti e tweet giovedì sera all’annuncio di Twitter della sua nuova politica di applicazione delle leggi locali vigenti in vari paesi, che porterà il social network a oscurare non globalmente ma in uno specifico paese  (e a registrare e mostrare come oscurati) tweet il cui contenuto è considerato illegale secondo la legge di quel paese. E’, senza ombra di dubbio, censura, e questo ha provocato una fuga precipitosa di utenti (una migrazione) sulla piattaforma Identi.ca e una chiamata allo sciopero degli utenti. Twitter è l’azienda che finora ha più tentato di proteggere i contenuti generati dai propri utenti, ed è ben consapevole del valore aggiunto che le dà la sua reputazione di strumento per la testimonianza sui diritti umani.  Ben Wedeman della CNN ha scritto che si tratta di un “twittericidio”, ma i più importanti difensori della libertà di espressione in rete scrivono estesamente sui distinguo da fare; alcuni di loro suggeriscono addirittura che l’evidenza della censura possa diventare uno strumento per gli attivisti e i difensori della libertà di parola: una bacheca di tweet imbavagliati e geolocalizzati, quindi, diventa una mappa della censura reale, anziché avallare una censura tacita come avviene attualmente per molte aziende analoghe, e il blocco mirato di singoli tweet su richiesta di un tribunale diventerà per i governi censori una prassi estenuante.

Vi propongo un giro di analisi e opinioni. Prima di tutto qui il post originale con l’annuncio di Twitter.  Nick Judd su TechPresident; Paul Smalera sul blog della Reuters (via @AntDeRosa); la spiegazione di MarketingLand; l’opinione di @digiphile (Alex Howard) ; il “suicidio” di Twitter secondo Forbes; Mohamed el Dahshan per il Guardian contro il boicottaggio nei confronti di Twitter; l’imbavagliamento selettivo secondo Richard Waters sul blog del Financial Times; l’opinione di Zeinobia dal Cairo; la panoramica molto ben fatta delle prime opinioni a cura di Fabio Chiusi per Il festival del Giornalismo e ValigiaBlu; Raffaella Menichini per Repubblica.it; David Ferguson per TheRawStory;  Anna Heim per The NextWeb su come aggirare il blocco mirato; Andrew Schrock con un’analisi dei tweet bloccati fin qui visibili su Chilling Effects; Pandemìa su cosa faremmo noi al posto di Twitter per evitare la censura; Sarah Kendzior su come la nuova politica di Twitter premierebbe l’attivismo d’elite;  e il post di Zeinep Tufekci (@Techsoc) sull’ingegnosità di Twitter nel rispettare le leggi vigenti fornendo strumenti ai difensori della libertà di espressione, e su linee simili quello di Jillian C York

♫ La canzone di oggi era “We take care of our own” di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

il ponte

27 gennaio 2012

(la vista del ponte Qasr el Nil nell’anniversario di #jan25 due giorni fa, con la folla rimasta fuori dalla piazza troppo piena – foto di Ahmed Abou Hussein, via @RamyYaacoub)

Oggi è venerdì, Khaled Said se fosse vivo compirebbe 30 anni, e in pieno anniversario della rivoluzione Tahrir tornerà a riempirsi. Un anno fa la protesta entrava nel suo peggiore momento, oscurata e isolata dagli occhi del mondo a causa del blocco delle comunicazioni ordinato da Mubarak; le compagnie telefoniche, che si appoggiavano tutte a Vodafone (per il 40% di proprietà del presidente), interruppero tutti i servizi.

(il grafico della Arbor Networks che mostra il crollo delle comunicazioni internet e telefoniche nella notte fra il 27 e il 28 gennaio 2011 in Egitto)

Gli attivisti restarono così senza alcuna possibilità di twittare o postare video su YouTube, salvo per quelli che riuscirono a piratare l’unica linea ancora disponibile, quella dedicata della Borsa del Cairo che funzionò per due giorni prima di essere a sua volta bloccata. Nella piazza isolata dal mondo si compì così il 28 gennaio la prima strage di civili. Il blocco di Internet, paradossalmente, fu anche l’episodio che destò l’indignazione del mondo intero, e all’estero vennero subito attivati alcuni sistemi per consentire agli egiziani di telefonare, mandare sms, twittare e inviare dati. Uno di questi ponti venne allestito immediatamente dallo svedese Christopher Kullenberg del collettivo Telecomix, che oggi, a un anno esatto dal blocco, racconta tutto quello che si ricorda di quella notte alla nostra Aurora D’Aprile, e spiega il lavoro di Telecomix per aiutare i cyberattivisti in diversi paesi sotto forte censura, compresa la Siria.

La settimana prossima un approfondimento sulla notizia data da Twitter ieri sera sulla propria autocensura in alcuni paesi per rispettare la legislazione vigente, un annuncio che sta destando enormi preoccupazioni per la libertà di espressione.

♫ La canzone di oggi era “Which side are you on?” di Ani di Franco

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

millioneya

26 gennaio 2012

(foto AFP, via Ahmed Shokeir)

Ieri, anniversario di #Jan25 primo giorno della rivoluzione, è stata secondo tutti gli osservatori la giornata di piazza più partecipata di tutta la storia dell’Egitto (Qui trovate uno Storify della nostra diretta Twitter). Diversi cortei con decine di migliaia di persone in arrivo dai vari quartieri del Cairo sono rimasti fermi per tutto il giorno sui ponti 6 ottobre e Qasr el Nil e sulla corniche senza poter entrare in piazza perché non c’era più spazio. Salvo un’aggressione a una ragazza ieri sera tardi vicino all’edificio amministrativo del Mogamma e alcuni momenti di tensione al piccolo presidio improvvisato davanti alla sede della tv di stato, tutto si è svolto nella più assoluta tranquillità, grazie all’assenza di polizia ed esercito. Come raccontavamo ieri in collegamento con la piazza, è stata un’occasione per ricordare i mille morti della rivoluzione e chiedere ancora una volta la fine del governo militare transitorio. In questi giorni continuiamo a ripercorrere le tappe della rivoluzione insieme ai protagonisti che la vivono e ce la raccontano fin dal primo giorno. La nostra Laura Cappon è riuscita a intervistare ieri a piazza Tahrir Gigi Ibrahim, una delle più attive e celebri giovani rivoluzionarie egiziane, e una delle voci più costanti del nostro racconto di quest’anno ad Alaska. 25 anni, blogger, militante dei Giovani Socialisti, laureata all’Università Americana del Cairo poche settimane dopo la caduta di Mubarak, alla testa delle proteste congiunte di studenti e personale delle pulizie che portò alle dimissioni del rettore dell’AUC, Gigi ha 38mila follower sull’account Twitter che abbiamo seguito per tutto questo anno, @GSquare86. Laura Cappon è riuscita a farla uscire per un momento dai panni di “pasionaria” per farle raccontare qualcosa di più personale di quello che ha vissuto in questo lungo anno e della sua esperienza con i social media.

♫ La canzone di oggi era “Tahrir song” di Tarek Geddawi

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

pancia del mondo

25 gennaio 2012

Dopo l’insediamento della nuova Camera Bassa, la quasi totale rinuncia allo stato di emergenza annunciata ieri dal maresciallo Tantawi, e la liberazione del blogger Maikel Nabil ieri sera, oggi Tahrir celebra l’anniversario del primo giorno della rivoluzione. Mentre vengono liberati più di 4mila prigionieri politici dal carcere di Tora (passati sia per tribunali militari che civili), i cortei da diverse parti della città confluiscono verso la piazza, già quasi piena alle 11 del mattino. Ci colleghiamo in diretta con Laura Cappon, che ha anche raccolto per noi la voce della madre di Khaled Said e si trova a Tahrir.

♫ La canzone di oggi era “Jan25″ di Omar Effendum

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

il giorno prima

24 gennaio 2012

Un anno fa oggi, le pagine facebook del movimento 6 aprile di Ahmed Maher e “We are all Khaled Said” di Wael Ghonim chiamavano decine di migliaia di egiziani a una sollevazione pacifica nel Giorno della Polizia, il 25 gennaio, organizzando in segreto diversi cortei in luoghi diversi della città, che solo in un secondo tempo, sfondando le barriere della polizia militare sui ponti, avrebbero occupato piazza Tahrir. La spinta arrivava dall’attività dei blogger contro la tortura fin dal 2005/06, dalle proteste sindacali del 2010, dai Silent Stand sul lungomare di Alessandria per protesta contro l’uccisione di Khaled Said, e dall’enorme impulso finale arrivato dal successo della sollevazione tunisina. Un anno fa, Ghonim prendeva un aereo a Dubai per tornare in incognito al Cairo, e vedere coi suoi occhi il risultato di mesi di coordinamento organizzativo su facebook, e si dichiarava, come molti altri giovani, “pronto a morire”. Un anno fa, gli attivisti del Cairo si dividevano i compiti e si spartivano la copertura via Twitter dei diversi cortei. Trenta milioni di disoccupati, una corruzione pervasiva e quarant’anni di paura della polizia segreta di Mubarak stavano per accendere una rivoluzione molto dolorosa che un anno dopo non è ancora finita. Un anno fa, migliaia di giovani egiziani non chiusero occhio in attesa del 25 gennaio. Ahram ha compilato un dizionario dei termini caratteristici di questo anno di vita egiziana.

Ieri al Cairo si è riunita per la prima volta la Camera Bassa, che dovrà stilare la nuova Costituzione egiziana. Abbiamo seguito tutta la giornata su Twitter, con il giuramento dei 508 neoparlamentari e la nomina del neopresidente Katatni dei Fratelli Musulmani, e i cortei di diverse categorie all’esterno dell’edificio. Diversi parlamentari si sono presentati in aula con la fascia dorata dell’associazione No Military Trials. Gli attivisti hanno twittato le fotografie degli egiziani riuniti nei bar a guardare la teatrale performance della nuova Camera alla tv come se fosse una partita di calcio. Intanto l’esercito conta di calmare le richieste dei rivoluzionari con la liberazione di 1959 prigionieri politici e una parata militare di festeggiamento domani per il #Jan25. Fra i prigionieri “graziati” c’è anche Maikel Nabil, il blogger ventisettenne che si stava lasciando morire in carcere per lo sciopero della fame. Vi racconto un po’ di lui, con la speranza che possa essere liberato già oggi, e vi propongo il post di Aalam Wassef che è andato a trovarlo in carcere il 31 dicembre e lo ha raccontato via blog.

Intanto vi segnalo un altro, bellissimo progetto collaborativo di documentari individuali sulla rivoluzione, 18daysinEgypt.

Aggiornamento h 1730 italiane: Maikel Nabil è stato rilasciato.

♫ La canzone di oggi era “People have the power” di Patti Smith

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

prova di forza

20 gennaio 2012

Il SOPAblackout di due giorni fa – il massiccio autoscuramento di siti importanti per protestare contro le bozze di legge in discussione a Camera e Senato degli Stati Uniti ha spostato considerevolmente l’equilibrio fra favorevoli e contrari nelle aule del Congresso. ProPublica ha stilato una mappa in continuo aggiornamento, deputato per deputato e senatore per senatore, dell’orientamento di voto, mentre Felicia Sonmez sul blog 2Chambers dal Congresso riferisce il polso della situazione secondo lo speaker della Camera John Boenher. Sarà felice la Casa Bianca, che ha fatto la sua scelta di campo a favore “dell’elasticità e dell’innovazione”, colpendo al cuore le due bozze legislative prima del voto definitivo – anche se faticherà a far combaciare con questa presa di posizione il blocco poche ore fa dell’FBI del sito di filesharing MegaUpload e l’arresto di quattro dei suoi operatori, che sta provocando un terremoto in rete.

Che si sia d’accordo col grosso degli utenti oppure con le aziende che chiedono una rigida legge antipirateria, con la Apple o con Google, con Obama o con Murdoch, quel che è certo è che sul piatto c’è una partita fatta non solo di diritti universali, ma anche di interessi economici importanti, fra i quali non solo quelli delle aziende “tradizionaliste” ma anche quelli di aziende che poggiano la loro reputazione sulla libertà di condivisione e che non sono da meno nel fare lobbying a colpi di milioni di dollari. Oggi vi propongo due punti di vista, quello di James Allworth e Maxwell Wessel per la Harvard Business Review sul tentativo di bloccare l’innovazione, e quello di Jaron Lanier, guru della rete della prima ora, che riflette per il NYT sui “falsi ideali del web”.

♫ La canzone di oggi era “Starlight” di Rachael Yamagata

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui

tutta la storia

19 gennaio 2012

(il Silent Stand del 23 luglio 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto, uno dei tanti organizzati dalla pagina facebook We Are All Khaled Said coordinata da Wael Ghonim; questi flashmob avrebbero portato alla mobilitazione del 25 gennaio 2011 a Tahrir; foto tratta dall’album di @Zeinobia)

Lo si attendeva già dall’estate scorsa, ed è valsa la pena di aspettare. Poche ore fa è uscito per il mercato anglosassone per la Fourth Estate (e dovrebbe essere disponibile subito in traduzione italiana per Rizzoli, e in arabo, cioè nella versione originale in cui è stato scritto, il 28 gennaio, anniversario della prima strage di Tahrir) Revolution 2.0, il libro autobiografico di Wael Ghonim – classe 1980, ex executive di Google e ideatore della pagina facebook We Are All Khaled Said che con i flashmob silenziosi dell’estate 2010 sul lungomare di Alessandria d’Egitto mise in moto la complessa organizzazione anonima (o, come lo chiama Ghonim nel suo libro, lo tsunami digitale) che avrebbe portato centinaia di migliaia di persone in piazza Tahrir dal 25 gennaio, e diciotto giorni e molte centinaia di morti più tardi, alla inimmaginabile caduta di Mubarak. Ghonim trascorse in carcere di isolamento undici dei diciotto giorni della rivoluzione.

Fra meno di una settimana cade l’anniversario del #Jan25, fra tensioni a Tahrir e celebrazioni roboanti dell’esercito egiziano, che sta gestendo in modo impresentabile la transizione verso la democrazia consegnatagli undici mesi fa. Qualcosa di molto grosso potrebbe bollire in pentola, e vedremo che cosa accadrà nella piazza dopo la giornata simbolica del 25.  Negli ultimi mesi, salvo le inevitabili conferenze e interviste e qualche intervento scritto di alto profilo nei momenti di maggiore tensione, Ghonim si è tenuto in disparte, un po’ cercando di smarcarsi dal ruolo di celebrità della rivoluzione, un po’ perché sta di nuovo lavorando per creare un gruppo trasversale di pressione politica e alfabetizzazione digitale, un po’ appunto perché stava finendo di scrivere quella che scopriamo essere la sua giovane autobiografia. Il libro si apre, naturalmente, con la scena del suo arresto nei giorni di Tahrir e il primo pestaggio che subì dagli agenti di sicurezza prima di essere messo in isolamento.  Poi da lì fa un flashback al 2007 e racconta della prima volta che venne convocato dalla sicurezza segreta egiziana, cosa che gli dà l’occasione di raccontare la storia dei servizi segreti egiziani e della psicologia nazionale che hanno creato. Ghonim racconta del suo iniziale impegno online accanto al candidato alle presidenziali El Baradei, e poi per esteso tutto quello che nelle interviste restava relegato a mero titolo, dissipando le nebbie mitologiche sulla storia della pagina dedicata a Khaled Said – come si organizzò, cosa si dicevano i giovani che partecipavano ai flashmob aggirando la sorveglianza della polizia, come funzionava tecnicamente, e col grande merito di tradurre frammenti da un dibattito che si svolse soprattutto in arabo.  Ghonim racconta l’effetto della rivoluzione tunisina sui flashmob egiziani; rivela il ruolo che di dall’inizio ebbero nell’organizzazione del 25 gennaio gli ultrà delle quattro squadre di calcio del Cairo, a cui lui si appellò direttamente; come rientrò di nascosto  in Egitto dagli Emirati Arabi il 23 gennaio, lasciando la sua famiglia a Dubai; il sesto capitolo è interamente dedicato alla giornata di cortei del 25 gennaio, con una ricostruzione finalmente estesa del manifesto della convocazione, delle parole d’ordine e della strategia organizzativa. Nel settimo capitolo racconta i fatti del 28 gennaio e il suo arresto, nell’ottavo la sua detenzione bendato in isolamento, nel nono la sua liberazione poche ore prima della caduta di Mubarak. Per tutto il libro, Ghonim tiene un tono umile  e racconta con precisione soltanto i dettagli del suo ruolo diretto nella rivoluzione, dando finalmente respiro a racconti che finora erano stati relegati alla brevità dei tweet o delle interviste occidentali.  Ne esce un documento storico essenziale a capire cosa accadde nella parte più clandestina del #Jan25.

♫ La canzone di oggi era “We take care of our own”, nuovo singolo di Bruce Springsteen

Ecco la puntata di oggi:

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Per scaricarla sul tuo computer clicca qui