Grazie di cuore a tutti voi, a Peacereporter e agli scout, a don Paolo e a Radio Popolare, alle maestre insieme ai bambini di via Palermo e a Emergency, a don Gino e alla comunità di Macugnaga, a tutti gli amici proprio a tutti. Con il vostro amore date a me e a Ronni una grande forza. E’ difficile trovare le parole senza il tuo aiuto Marco perchè anche quando dovevo scrivere un biglietto di auguri chiedevo consiglio a te, e mi prendevi in giro.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu. Un abbraccio a tutti voi.

Manuela

Non è scontato che essere fratelli voglia dire stare bene insieme, stimarsi, essere orgogliosi una dell’altro. Io e Marco eravamo così e, una volta diventati grandi, abbiamo continuato a condividere molto, moltissimo.
Abbiamo condiviso gli amici, le vacanze, la passione per il lavoro, l’attenzione per gli altri, la gioia per l’arrivo dei nostri rispettivi figli, abbiamo condiviso l’angoscia per la malattia che lentamente lo ha portato via.
Aveva delle cose che gli invidiavo un sacco, Marco sapeva scrivere e cucinare in un modo meraviglioso…io no e non perdeva occasione per farmelo notare. Il nostro sogno (forse più mio e di Manu) è sempre stato quello di andare a vivere in una stessa casa.
Per Robi (mio marito) Marco era un amico, per i miei figli l’unico possibile sostituto del papà.
Ora, per la mia adorata Manu (amica, sorella, cognata), per Ronni e per tutti noi, inizia il momento più difficile e noi tutti, forti dell’amore che ci unisce…non molleremo.
Ciao Marco, ciao Kino, ciao fratello!
Un sorriso a tutti.

Laura

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foto di Maurizio Ongaro

“Allora? Come stai?”
“Benissimo”.
Marco rispondeva così.
Ha sempre risposto così.
A volte mi domandavo se dentro alla sua certezza, alla sua volontà di essere affermativo sempre, ci fosse un dolore celato, ci fosse angoscia, un nucleo privato e protetto.
In fondo Marco aveva un suo modo per dire, per rivelare e renderti partecipe.
Dovevi conoscerlo quel modo. Che stava in una pausa o nell’incrinatura di uno sguardo, più che nel racconto. Lui che sapeva raccontare, perchè quello era il suo mestiere, non ha mai desiderato fare cronaca di sè stesso.
Forse per discrezione, per un senso innato del garbo e della misura, aveva scelto anche nella malattia di non sentirsi eccezionale, di vivere la normalità degli altri.
Marco non si apriva : ti regalava la chiave, ed era un dono.
“Allora come stai?”
“Benissimo”.
Ed era vero.
Anche al netto di un futuro che non faceva sconti.
Era vero nel suo saper guardare fino all’ultimo a un orizzonte spalancato, zeppo di progetti e di cose da fare. Ce n’erano per se stesso. Per Ronaldo e Manuela.
E ce n’erano anche per noi. Per quella che è stata ed è sempre rimasta la sua radio.
Per esempio un radiodramma di cui mi ha detto abbastanza e troppo poco. Per esempio un “punto traffico di cronisti-ciclisti” di cui mi ha detto abbastanza e troppo poco.
Per esempio un programma di cui invece non mi ha detto nulla. Se non un titolo. E ora quel titolo nemmeno lo ricordo più.
“Allora? Come stai?”
“Benissimo”.
Chissà se era vero.
Lo era certamente quando mi raccontava del suo bambino.
Del mare e le passeggiate in montagna.
Quando rideva ad ogni fantasmagorica cazzata del nostro compagno di tavola.
E quando correva . Molto più di me. (E quello che stava male era lui).
“Benissimo” anche quando l’Inter vinceva, ma questo accadeva solo la domenica. Mai il mercoledì.
Negli ultimi mesi mi sono domandato se non desiderasse sentirsi più accudito, maggiormente riconosciuto nella sua condizione di incertezza.
Poi dieci giorni fa, nel corridoio dell’ospedale sono tornato a chiedergli : “Marco, come stai?”.
E lui mi ha risposto :”Benissimo”.
In piedi. Come i surfisti di “Point Break”. Determinato a dominare l’onda fino a farla spianare.

Ciao, amico mio.
Vorrei tanto poterti parlare. Ovunque tu sia.
E farti la solita domanda.
E sentirti dire ancora una volta. Per sempre.
“Giammi, sto benissimo”

Gianmarco Bachi

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Foto di Dino Fracchia

Caro Marco, non riesco neppure a pensare che tu sia andato via. Per me ci sarai comunque. Mi ricorderò sempre i nostri anni insieme a Radio Pop, le nostre dirette, le nostre risate, la tua grande energia. Il cappuccino preso insieme ad Angelo pochi mesi fa. Contenti di esserci trovati tutti e tre come ai vecchi tempi. Un abbraccio forte a Manu e a Ronnie

Antonella Mascali

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Foto di Maurizio Maletti

L’avrò visto sette, otto volte, Marco, ma ho sentito parlare tanto di lui. Sempre bene, da tutti. Uno di quelli che se ne erano andati senza sbattere la porta, ma che alla radio giravano sempre intorno. Ci sentivamo al telefono, ogni tanto. Consigli, battute, cose da fare insieme a jalla!jalla!, l’Inter, quel ragazzone che ha portato in radio che è diventato il nostro Guru di EBay, Milano con la sua fauna di strani personaggi borderline, a chiederci dove fossero finiti, tutti quanti. Una volta chiamò per il Pelè. Uno dal sorriso simpatico, che gira suonando unbidone e le canzoni della liggera, che lo vedi lontano un miglio che non ti torcerebbe un capello anche se faceva le rapine. Mi disse che nei suoi primi anni di Rp gli aveva dato da mangiare tanto, e a poco, in un’osteria alle porte di Milano: so che lo vedi, mi disse, digli che gli voglio tanto bene, da un pò non ci sentiamo. Lo feci e il Pelè si commosse. Mi sembrò una cosa bella, strana e romantica. L’ultima mail qualche giorno fa, per raccontarmi di un suo amico, che ha scritto una canzone sul Ct, quello -mica tanto pazzo- che a Milano scriveva dell’onda che uccide e di altre storie. C’è questo amico, c’è questa canzone, ascoltala se ti fa piacere. Non ho fatto in tempo a rispondere. Sicuramente mi avrebbe cazziato. Suonava il telefono, avrei risposto imitando qualcuno, mi avrebbe mandato a quel paese e io a dirgli come al solito, si, hai ragione, sono un pirla. Per le cose che ho sbagliato e per rispondere cosi. La stessa identica tiritera. Mi mancherà.

Paolo Maggioni

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Caro Marco, quando ho saputo che te ne sei andato ho subito pensato alla giacca di pelle, sì, a quella giacca di pelle che a te piaceva tanto, una giacca che ho indossato parecchio durante gli anni di via Stradella. Stamane l’ho tirata giù dall’armadio : è ancora “quasi” nuova , ci sono i segni che la borsa con i dischi ha lasciato sotto la tasca destra , il bavero è bello lustro e dentro c’è tanto di via Stradella, di aperture, di notturne e di…radio. Ti piaceva quella giacca, dicevi che mi stava bene, dicevi che mi dava un’aria da “compagno dj di radio popolare” , che scemo…però stamane ho pianto, e la sai una cosa ? Mi sta ancora ma sarà difficile rimettermela senza pensarti e decidere se sorridere o piangere.
Ciao Marco

Renato Scuffietti

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Cari amici, colleghi di un tempo che triste scrivervi in questo momento, ma anche io, come tanti, desidero ricordare Marco. Nel ’93 quando sono arrivata in radio sono stata affidata a lui. lui seguiva la Lega e io dietro, faceva le aperture e io dietro, i microfoni aperti idem. Mi cazziava tantissimo, ma non aveva nessuna boria, anzi prendeva il suo ruolo di tutore molto seriamente, anche se non perdeva occasione per prendermi in giro. Perchè era così serissimo e scanzonato, una grande dote per chiunque, per un giornalista di più. L’ultima volta ci siamo visti una decina di anni fa a Campo dei Fiori, io arrivavo a Roma lui stava per tornare a Milano, poi solo notizie attraverso amici comuni. Adesso mi vengono in mente tanti ricordi e mi commuovo. Grazie Marco

Sara Cusatelli

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Ciao Marco, ti ho conosciuto ad un’accesa asta del fantacalcio. E non in radio, la nostra radio. Però sai, sei una di quelle persone, poche persone…che mi hanno fatto pensare: “sono arrivato tardi a Radiopop”. Che con uno come te avrei voluto lavorarci. Imparare da te, mi avrebbe fatto un gran bene. Ricordo intensamente il tuo sorriso. Caldo, e vero. Ce l’ho preciso, qui, davanti agli occhi. E lì resta. Ti abbraccio, e con te Manuela e Ronnie

Niccolò Vecchia

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Era la domenica del 12 ottobre dello scorso anno quando Marco partecipò, forse per la prima, ma certamente per l’ultima volta a Crapapelata. Aveva un messaggio forte da comunicare ai piccoli e grandi ascoltatori della domenica mattina.La sua lettera alla Moratti ci aveva colpito nel profondo ed era riuscita a esprimere ciò che noi non eravamo ancora stati in grado ancora di fare. La sua rabbia, il suo sdegno, il suo disgusto per questa Milano incattivita e razzista, avevano toccato la nostra coscienza civile e politica, per cui decidemmo di chiamarlo e invitarlo a spiegare, soprattutto ai bambini, che cosa vuol dire avere un figlio dalla pelle di un altro colore, oggi, qui, dove noi viviamo. – Ciao, Bastia, (così, affettuosamente e simpaticamente, amava apostrofarmi già dai tempi più remoti),come stai? Certo che vengo, con piacere – Non sapevamo della sua malattia, non lo potevamo certo sospettare dal tono della sua voce,sempre allegro e squillante, anche in occasione di quella nostra chiamata. Non lo sospettammo neppure quando entrò nello studio 3 e si sedette, quasi timidamente, tra i bambini e gli ospiti della puntata. I suoi occhi grandi e neri, esprimevano, come sempre, fermezza e determinazione, il suo sorriso ampio e accogliente la voglia di vivere e di lottare contro tutte le aberrazioni del nostro tempo. Cogliemmo in quello sguardo la profonda preoccupazione di un padre, ma anche quella di un cittadino, indignato e deciso a non abbassare la testa. Ad attenderlo, fuori dallo studio,quella mattina, c’era Manu, anche lei accogliente e sorridente, come sempre. Pochi giorni dopo, lessi in classe, ai mei ragazzini di seconda media, la lettera di Marco. Il suo messaggio venne recepito e accolto immediatamente e con grande partecipazione dai miei alunni, i quali, ne sono certa, se lo porteranno nel cuore e nella mente per il resto della loro vita. Un grazie infinito Marco, anche a nome di tutti i bambini, piccoli e grandi, di Crapapelata.

Daniela Bastianoni

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Ricordo una partita di calcio a Bergamo alta tra la nazionale bergamasca e Radio Popolare. I bergamaschi ci sommersero sotto una valanga di goal. Al termine dell’incontro, deluso per la sconfitta, successe che non trovai più la mia automobile. Parcheggiata in divieto di sosta i vigili me la avevano rimossa. Dovevo sborsare oltre 100.000 delle vecchie lire per riaverla. Marchino, passò tra i tavoli del Caribe, locale dove eravamo andati per rifocillarci, e grazie ad una colletta da lui improvvisata potei pagare la multa e recuperare la macchina. Questo è stato solo uno dei tanti slanci di altruismo cui Marco ci aveva abituato. Mi mancherai.

Lorenzo Marcandalli

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Era il 1991, 18 anni fa, all’inizio si faceva fatica a pronunciare il mio nome ma tu hai subito risolto il problema chiamandomi fratello e poi da qualche anno sono diventato fratellino. Quanti piacevoli ricordi!! Ti penso e sorrido, fratello Marchino ti voglio bene:-)
Un abbraccio forte forte a Manu, a Ronaldo, a Laura e alla mamma.

Chawki

Negli studi, allora, si poteva fumare. E tu fumavi. Una volta hai scambiato la mano di chi ti stava di fianco per un posacenere. E, giustamente dal tuo punto di vista, hai pigiato la cicca con una certa energia. L’urlo di dolore del conduttore del giornale radio, in onda, si era sentito benissimo. Abbiamo riso fino alle lacrime.
Ti voglio bene

Massimo Rebotti

marcodibattito

Mi hai detto, quella canzone è meravigliosa. E io ho detto, lo sapevo che ti sarebbe piaciuta. Di cosa parla, hai chiesto. Di un lutto, ho detto io; è tutta storta, parla di sua madre come se stesse ancora dormendo. E tu mi hai detto, me la traduci? E io ho detto sì, ma non l’ho fatto. L’ho fatto oggi, Marco, eccola, è qui.

Mentre tu dormivi, i bimbi sono cresciuti
le stelle hanno brillato e le ombre si sono spostate
il tempo è volato, il telefono ha suonato
e c’è stato un silenzio quando la cucina ha cantato
canzoni che facevano a gara come ragazzini in cerca di spazio
Mentre dormivi, ti rigiravi e ti agitavi
muovevi gli occhi mentre il mondo bruciava
il cielo cadeva, la terra tremava
ho pensato che fossi sveglia, ma non lo eri
no, tu dormivi, ignoravi il sole
coltivavi per i tuoi piccoli un giardino elettrico
e trovavi spose per loro la sera di Natale.
Mentre tu dormivi, i soldi sono spariti
le macchine si sono fatte innocue e la terra ha sospirato
e con tutto quel vento tu hai dormito come un ghiro
e la gravità ha trattenuto il mio affetto
l’oceano è salito, ha cantato di decadenza
mentre le streghe volavano
e le sirene restavano sul fondo.
Piena di sogni, hai dormito troppo,
e io facendo piano ho attraversato i muri
di primo mattino ho camminato in punta di piedi,
scagliando ombre per tutta la cucina
Non riuscirò mai a raggiungerti
perché dormi troppo profondamente
le mie braccia sono inutili
il cuore mi batte troppo forte
e la mia mente è troppo orgogliosa
per inchinarsi e andarsene.
Mentre dormivi, è cambiata l’ora
ho guardato i televisori, e i ricordi
e i campionati, tutto svanito in mare
è mai possibile, mia cara, che restino fra noi?
Non hai fatto un sogno strano prima di svegliarti?
Non hai sentito l’ala di una farfalla in grembo?
ti inseguirà, ape del miele,
chiunque possa dirsi qualcuno ha fatto lo stesso sogno
Stavi cadendo? stavi volando?
e ci chiamavi? o stavi morendo?
Grazie al cielo sei sveglia adesso, restiamo così
sennò non ci saranno mattini, e niente più giornate
perchè mentre sognamo, i ragazzini crescono
e il sole splende, e le ombre volano
e il tempo fugge, e suona il telefono
e c’è un silenzio, e tutti cercano di cantare.

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(Elvis Perkins, While you were sleeping)

Marina Petrillo

redazioneradio

Marchino ciao, conoscerti è stato un privilegio. La tua forza resterà per me sempre un mistero. Un esempio. Penso alle serate insieme, alle chiacchiere cazzeggiate, ai tuoi consigli. E al tuo gusto per la notizia ben scritta, la curiosità, il giusto distacco che sapevi dare alle cose. Penso a come mettevi l’anima in tutto quello che facevi, penso alla tua espressione quando parlavi di Ronnie. E penso a te Manu e a quanto sei meravigliosa. I ricordi sono tantissimi e scrivere è difficile. Avevi un’aria così serena ieri. Mi piaceva la tua risata. Mi piaceva il tuo sguardo curioso. E la tua voce. Avrei voluto farmi un giro con te all’Elba. Amavi tantissimo quel posto e capivo il tuo sentire. Ti saluto le montagne Marchino… e magari porterò Ronnie a
vedere l’Inter, sai che per me non sarà facile. Ti abbraccio e con te tutti quelli che ti vogliono bene.

Daniele De Luca

Ciao Marchino, ricordo che la prima volta (e forse unica) che telefonai da ascoltatrice a Radio Popolare: fu durante un tuo microfono aperto e pensa… l’argomento era “Quale paradiso vorresti ci fosse dopo la morte”… Qualunque fosse il tuo, spero che tu ci sia arrivato… Ricordo tutti noi a Pinarella, ricordo tutti noi ad ascoltare Back nello studio 3, a guardare le dirette elettorali, agli abbonaggi, alla manifestazione del 25 aprile ’94 e ricordo che ti scrissi un biglietto quando andasti via dalla Radio…
Penso a Danilo, che mai avrebbe pensato un giorno di avere da direttore il triste e ingrato compito di scrivere un editoriale per la tua scomparsa…
A Ronaldo dico: non conocevo Marco come padre, ma sarà stato meraviglioso come la persona che era, e adesso che sono madre anch’io, so che probabilmente la sua disperazione più profonda riguardo al futuro sarà stata per lui quella di non vederti crescere. Avrei tanti ricordi e pensieri che verranno e che mi vengono fuori ora per ora… perchè ti penso e ricordo e ti abbraccio forte…
ovunque tu sia.

Silvia Turin

L’ultima volta lo sentii al telefono un anno fa. E mi fece ridere. Molto. Marco mi telefonò ad Altroconsumo “Oh Sartori ma dove c… lavori al KGB, mi avranno fatto cento domande al centralino prima di poter parlare con te. Ma cosa fai di lavoro, la spia?”. Una risata squillante, a voce alta. Il tono canzonatorio.
Marco con una battuta aveva colpito nel segno, cogliendo subito un paradosso del mio posto di lavoro. Voleva saperne di più sul marchio etico, perché stava inseguendo un’idea che gli stava a cuore per contribuire alla crescita di Peacereporter.
ciao marco

Sonia Sartori

Per Marchino,
Ricordo la tua energia e l’ammiravo, un’energia che riempiva lo spazio intorno a quei tavoli sempre disordinati di via Stradella. Per chi come me approdava a Metroregione, eri un riferimento importante. Dopo molti anni ho letto la tua lettera alla Moratti e mi sono commossa. Ero diventata mamma da pochi mesi e avevo capito che il mestiere di genitore si impara giorno dopo giorno. Quella lettera mi ha fatto capire quanto amore può avere un padre per un figlio. Hai dato grandi insegnamenti.
Un abbraccio forte a Manu e a Ronnie

Anna Bredice

Ti ho conosciuto appena, Marchino, quando lavoravo a Radio Popolare di Milano.
Arrivavi, di tanto in tanto, e insieme alla tua voce brillante in redazione entravano gli anni del mito, della passione, dell’entusiasmo: il giornalismo di cui mi ero innamorata ancora liceale.
Mai una volta che mi chiamassi Marta. “Bonafoni!!!!”, urlavi. E mi facevi ridere. Tanto.
Ora vorrei fare qualcosa per te, per chi resta. Ho scritto a Manuela, e le ho promesso questo: proverò fino in fondo a fare la giornalista con lo stesso impulso con cui lo facevi tu, per cambiare il mondo. Per consegnarlo migliore al mio Rocco, e al vostro Ronaldo. Sorridi, io ti ricorderò così.

Marta Bonafoni

studio

Marchino era un fiammifero.
Condividendo i pochi metri quadri prima della sede di Piazza Santo Stefano, poi dello scantinato di via Stradella, mi colpiva la sua predisposizione a improvvise incazzature. Poi, proprio come un fiammifero, bastava un soffio, una battuta, a spegnerlo. Ma prima di tornare al sorriso meticolosamente provava a mettere in ordine il cassetto della scrivania. Nel disordine comunitario delle sedi di Radio Popolare l’unica proprietà privata era infatti un cassetto (uno solo, mi raccomando) di una scrivania.
Ma non abbiamo solo condiviso pochi metri quadrati per migliaia di ore. C’era molto di più. C’è molto di più.

Danilo De Biasio

ti ho visto sempre con il sorriso, anche alla fine di un ragionamento serio e profondo. e con la disponibilità allegra e gratuita delle tante volte volte che ti ho chiesto una mano. io appena arrivata in radio, con le mie cronachette dalla brianza, alcune sull’ascesa della lega di cui ti occupavi anche tu, ma più in grande: mi chiedevi, per i corridoi di via stradella, con il sorriso semplice di sempre, di come fossero lassù, i padani, che si trattasse di eletti o elettori. io mi sentivo piccola e in difetto, ero una pischella, rispondevo stupita del tuo domandare e poi ascoltavo i tuoi servizi e i microfoni aperti in radio. per capire di più. grazie;-)

Lorella Beretta

Puddu! sapere ancora prima di girarmi che solo tu potevi chiamarmi con quel soprannome nato negli anni fra santo stefano e via stradella. Puddu! sapere ancora prima di girarmi che avrei trovato, sempre, il tuo sorriso, in radio quando tu finivi la rassegna stampa e io cominciavo il mio lavoro, al Pini, in manifestazione e ovunque ho avuto la fortuna di incontrarti ancora. grazie. e un bacio, grande, a Manu e Ronnie

Sabrina Ghezzi

Se cerco di contare con le dita non mi bastano, ce ne vorrebbero 32 come gli anni passati da quando ci siamo conosciuti. Eravamo tra “quelli della Cagliero” e nel ’77 andavamo in manifestazione… arrivando sì e no all’obliteratrice dei biglietti del tram. E dopo le medie, il Parini. Le pagine delle mie “smemo” sono piene di te: delle tue battute strabordanti, dei film che abbiamo visto (da “Ratataplan” a “Fame”, passando per “L’impero colpisce ancora”), dei nostri battibecchi senza senso “perchè sapevi tutto di me e avresti anche potuto raccontarlo in giro” (chissà che cosa poi). Delle vacanze in montagna con le nostre famiglie. Ricordo gli scherzi che ci facevamo, tipo la cioccalata calda con nascosto dentro lo skipass! Ti ho sempre associato al divertimento, all’allegria, al sole, a qualche bella canzone che ora mi commuove.
Dopo il liceo le nostre strade si sono divise, ti ascoltavo alla radio; ero passata a trovarti qualche volta o ci si incontrava in giro. Seguivo da lontano il tuo percorso giornalistico, che già manifestavi da piccolo adulto. Quando sono arrivata a Radio Popolare, nel ’96 tu eri appena andato da un’altra parte.Tutti parlavano di te come di un mito e a me veniva da ridere, perchè pensavo ad un bambino simpatico con il frangione sugli occhi, diventato grande e pieno di stima.
Non ci siamo più frequentati molto, ti vedevo in radio. Ricordo quando ci siamo visti a Roma 10 (o 11?) anni fa e siamo tornati a Milano sullo stesso treno. Ci siamo raccontati molte cose e sorridevi poco. Eri diventato un vero professionista, lo sapevi, ma forse iniziavi a sentirne il peso.
Ricordo la gioia sul tuo viso e nelle tue parole quando è arrivato Ronnie e quando parlavi della tua famiglia.
Leggevo i tuoi pezzi su Peace Reporter e ti ritrovavo sempre. Come mi ritrovo oggi a ricostruire un passato, che fa talmente parte di quello che sono diventata negli anni da non riuscire più nemmeno a distinguerlo. Non so che altro scrivere, Marchino, mi sembra già troppo questo silenzio senza sentirti ridacchiare alle mie spalle.
Il pensiero, struggente, ora va a Manuela e a Ronaldo, a Carla, a Laura e ai tuoi nipoti.

Barbara Sorrentini

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Caro Marco, mi dispiace che ci siamo persi di vista, ma al tempo stesso leggendo questi interventi ho capito che siamo-eravamo rimasti molto paralleli. Cosa ne pensi di questa nuova trovata della comunicazione e forse anche del giornalismo o semplicemente delle relazioni umane, ovvero il blog per l’amico defunto? Io l’ho
sperimentata poche settimane fa per mia madre, ma era di un’altra generazione: e’ con uno della tua che davvero decolla.
Caro Marco, non posso fare a meno di pensare a come ti vedevo appena arrivato a Radio Popolare. Uno sbarbatello tosto. Avevi accettato con entusiasmo di fare Popolarest, l’antologia delle trasmissioni in italiano delle radio dei paesi dell’Est i cui regimi stavano crollando. Eri perfattamente nello spirito di Radio Popolare, il lato buono della milanesità. E’ straordinario che dopo tanti anni ci troviamo qui, non come gli ex allievi che si ritrovano al liceo perchè dopo non c’è stato più niente di coinvolgente, ma perchè in mezzo a tutti coinvolgimenti dei nostri arcipelaghi ci ricolleghiamo spesso al grande canale.
Vediamo cosa fare, oltre a questo bel blog

Paolo Hutter

Grazie Marco. Grazie per avermi insegnato che la radio poteva essere un posto dove vivere, e non un posto dove si poteva solo fare un bel lavoro. Ma grazie soprattutto per gli scampoli di gioia che ci siamo regalati. Come quell’anno in cui mi hai ‘ingaggiato’ per un torneo in non so quale squadra. Dovevamo giocare con una maglia rossonera e alla prima partita siamo stati espulsi tutti e due perché giocavamo a fare i Franco Baresi… Tra tutte le domeniche che siamo andati allo stadio, io te e mio padre, ricordo quella in cui nella tua vita era appena entrato il piccolo Ronnie. Lo stadio era pieno di striscioni che insultavano quell’altro Ronnie, quello che era appena scappato a Madrid. E tu ti chiedevi: “Come farò a portare qui mio figlio?”. Abbiamo riso per tutta la partita. Come quella sera che a Notturnover dovevamo intervistare Manuel Vázquez Montalbán e per prepararci ci eravamo sbronzati. Abbiamo riso anche l’ultima volta che ci siamo visti. A me basta vederti per sorridere. Ci sono persone tristi dentro, e altre che regalano gioia a chi li sfiora. Tu sei di questa seconda categoria. Per questo ti ho voluto bene. Per questo ti vorrò sempre bene…

Claudio Agostoni

Sono due giorni che cerco le parole, e non le trovo.
Ricordi confusi, le chiacchere, il gusto per la battuta, la serietà che sfocia in ironia come solo certe intelligenze sanno fare….che razza di vita ci tocca, presi a sberle da cose che non possiamo fare altro che accettare.
Tra le cose che ricordo di Marco c’era la sua scelta di lavorare per Peace Reporter dopo gli anni di Rp e gli altri della tv. Ho sempre avuto la sensazione che Marco alla fine avesse fatto la scelta giusta, non correre dietro alle stupidaggini del “mercato” della comunicazione, ma che avesse scelto la cosa che era al tempo stesso piu’ vicina a lui e piu’ utile agli altri e a questo mondo fesso che ci circonda. Ti sia lieve la terra, e continua ad essere quello che sei stato dal posto dove la vita ti ha mandato. Cazzo quanto ci mancherai.

Eddi Berni

“Cosa succede nell’ambiente? dov’è la Iaia? per pantegane o per disastri?”
Lo chiedevi ridendo, ma sul serio.
Abbiamo diviso molte discussioni e tante idee e molti pensieri. Erano anni in cui le notizie sull’ambiente le cercavamo con il lanternino e tu sei stato un buon complice.
In redazione si parlava di tutto e tanto. Si spaccava il capello in quattro. Per te era il massimo, come la volta che abbiamo fatto un MicAp sulla differenza tra cultura ambientale e ambientalisti. Ne
è venuta fuori una bagarre infinita e qualcuno si offese e ci sbattè il telefono in faccia.
Eri furioso, di colpo buio in faccia: “non siamo qui per sposare ogni posizione, noi dobbiamo capire.” E via di brano musicale.
Siamo andati in onda assieme per scelta o per tappare buchi. Oltre la porta dello studio non c’erano scazzi, solo confronti con gli ascoltatori. SololaRadio. Eravamo proprio seri.
Poi quella volta che mi sono collegata da Buscate dove c’era una protesta anti discarica. Avevo un elicottero sulla testa e i fedeli di Milingo in presidio poco distante. Tu dallo studio non ci credevi. “ma è troppo, oggi a Buscate sucede di tutto.” Ti è scappato da ridere e anche a me. Di colpo vedevo l’assurdità di quello che stavo raccontando.
Scaramucci il giorno dopo ci ha convocati: “così non si fa! Siete in onda ragazzi”. E noi di nuovo a ridere.
Elicottero, Milingo, polizia, Buscate … e giù a ridere.
Ci siamo frequentati solo in redazione, ma questo è bastato.
Abbiamo preso altre strade, tu professionista io quasi ritirata vita privata. Ci siamo persi di vista fino al giorno in cui ci siamo rivisti con le borse della spesa e i figli per mano. Tu non sapevi della mia
piccola, ne io di Ronni. È stata un chiacchera veloce, in bordo di marciapiede, troncata per estrarre i figli da una pozzanghera. Abbiamo parlato di loro, di noi, non di lavoro.
“Niccolò come sta? dai sentiamoci, che li facciamo giocare assieme.” e lo sguardo è sceso verso i nostri due cuccioli ridenti e aggrovigliati.
Adesso mi fai riprendere la penna in mano, mi obblighi a ragionare, mi fai uscire dal guscio.
Però potevi trovare un’altro modo …

Iaia Deambrogi

Non saprei da dove cominciare per raccontare Marco e i momenti belli che ho passato lavorando, e non solo, con lui ormai quasi vent’anni fa.
Gli aperitivi con Poletti, le mangiate da Pelè, i Cortil Party di Piazza Santo Stefano. Lui che partiva per la Jugoslavia con la macchina della madre, e raccontava che i giornalisti delle testate “ricche” gli offrivano il pranzo caricando ognuno un piatto sulla propria nota spese.
E il giorno del matrimonio con Manuela, la bellissima festa, aperta da una partitella di calcio ai giardini di Villa Reale e conclusa da un mega folle partitone globale.
E con Marco ricordo il suo babbo che passava dalla radio per gli abbonaggi e oltre ai soldi ci portava sempre anche ottimi generi di conforto.
Li ricordo come gli anni più belli della radio.
Poi Marco cambiò lavoro: poco dopo io mi trasferii definitivamente in redazione. Un giorno passò e mi vide alla mia nuova scrivania vicina all’ufficio di Scaramucci: dopo un attimo di sorpresa mi disse: “Cazzo, Selva, se avessi saputo che diventavi veramente la segretaria di redazione non me ne sarei andato!”. Sapevo che non era vero, ma Marco era così.
Due mesi fa mi ha chiamato in radio una mattina: era incazzato per un commento che un conduttore aveva fatto su Baden Powell, il fondatore del movimento scout.
Mi chiese il suo indirizzo mail perché voleva scrivergli: quando lo fece mi mise in copia, era contento che anche io fossi genitore di uno scout. Come spesso è successo, mi ha insegnato qualcosa. E’ stata l’ultima mail che mi ha mandato. Mi permetto di farla leggere anche a voi.

“Non l’ho accusata di aver dato degli stupidi agli scout, ma rifacendomi ad una frase, attribuita da alcuni a Oscar Wilde (gli scout sono bambini vestiti da stupidi, guidati da stupidi vestiti da bambini), cercavo di mettere in evidenza come anche noi, bambini o stupidi che si sia, siamo abituati e vaccinati a battute più o meno riuscite sulla nostra appartenenza al movimento scout. Mi scuso per non essere stato più esplicito, ma con questo voglio anche rassicurarla: il suo commento non ha urtato la mia sensibilità, semplicemente non mi trova d’accordo. Non mi neghi la libertà di esplicitare il mio punto di vista. E se anche altri la pensano come me, le auguro che io sia l’unico a romperle le scatole.
D’altronde, sarà colpa del mio scarso senso dell’umorismo, ma io mi sono perso la sua sottile ironia nella scelta del brano successivo alla battuta su BP (come lo chiamiamo noi scout). Questo mi impedisce dunque di
comprendere quali siano i suoi dubbi sullo scoutismo. Ne nutro in compenso alcuni anch’io che scout sono stato.
Sono convinto, ad esempio, che non si possa dimenticare che il fondatore degli scout fosse un militare e che la sua creatura non fosse altro, alle origini, che un insieme di strumenti e strategie di supporto a operazioni
belliche.
Nemmeno alcuni aspetti dello scoutismo, intrisi di retorica patriottica e di religione, sono immuni da critiche. Eppure…Eppure per esperienza diretta e, come padre di scout, indiretta, non posso non sottolineare come lo
scoutismo sia, tra le altre cose, un eccezionale strumento di insegnamento della fratellanza e del rispetto tra esseri umani.
Ho visto inoltre scout sfilare in piazza per la pace o scavare tra le macerie dopo un terremoto. Il regime fascista sciolse il movimento che però partecipò attivamente alla Resistenza (cerchi su google “aquile randagie”). Non credo che anche questo possa essere ascritto tra le colpe del fondatore degli scout.

marco formigoni

PS: Tra un brano e l’altro tutta ‘sta roba non ci sta, ha ragione lei. Però secondo me, se non si può approfondire o semplicemente spiegare, è meglio soprassedere. Ma questo sta alla libera e rispettabile scelta del singolo.”

Questo è Marco. E’ e sarà.

Cristina Selva

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Mi ricordo il primo microfono aperto cui mi facesti partecipare. Poco prima di entrare in studio chiedesti ad Angelo di affiancarti, perché, giustamente, non ti fidavi del pischello affetto da “micropanico”, come diceva Sergio. Fu per me una scelta un po’ amara da subire, l’idea di stare in studio con il grande Marco come spalla mi aveva emozionato, e il ridimensionamento successivo era stato duro da digerire.
Per la radiocronaca del 25 aprile del ’94 mi proponesti di seguire al mattino le celebrazioni ufficiali del Comune, perché Michelino non ricordo dove fosse, che brivido. Le emozioni bloccavano le mie parole, quindi i racconti furono lampo, per niente descrittivi, nonostante le tante “legnate” di Lucia per questi miei blocchi di timidezza. Nel pomeriggio ti affiancai nel racconto della partecipazione della Lega al corteo in partenza da Porta Venezia, non stavo nella pelle. Che lezioni. Quando trovammo lo spezzone del Carroccio in viale Tunisia salutasti, meravigliandomi, molti dei dirigenti con la cordialità cui noi in radio eravamo abituati. Mi ricordo l’allegria con cui accoglievi tutti quelli che passavano nel corteo mentre noi eravamo fermi, e letteralmente schiacciati tra il cordone dei carabinieri e quello dei leghisti. Tra i caselli daziari in piazza Oberdan vi rimanemmo due ore, e con l’acqua fino alle caviglie. Intanto tu serenamente raccontavi, e io ascoltavo. E imparavo.
Mi ricordo quando Sara mi disse che dopo le vacanze non saresti tornato in redazione perché avevi cambiato lavoro, che vuoto. Niente rispetto ad oggi.

Fabio Fimiani

Ogni tanto Daniela mi informava che Marco stava male. E quasi sempre, poco dopo, mi capitava di incontrarlo sotto casa nel nostro quartiere e di trovarlo in forma. Era come se il suo male fosse altrove. Sguardo acuto, voce ferma, risata tonante, un occhio all’interlocutore e uno a Ronaldo. E quel suo speciale modo sempre identico di riassettare la frangia. Vita allo stato puro.
Una delle ultime volte l’ho incontrato per caso in una sera di Agosto: “andiamo a berci una birra?”. Roba rara! Solo lí ci siamo conosciuti un pó di piú, fino a tardi.
Peccato davvero.

Andrea Bernardi

Non capisco, Marco. Mi arrivano strane notizie. Comunque, adesso vengo a cercarti. E poi ne parliamo.

Federico Pedrocchi

Dalla conversazione con William, tecnico di Radio Popolare, dopo i funerali di Marco.
” Credo – sostiene William – che Marco sia come una buona e forte radice, nata tanti anni fà….. “.
Ha ragione William. Una radice di nome Marco, che poi lentamente si è estesa, rafforzata, ha preso tante direzioni con il suo entusiamo, la passione, la curiosità, e generosità nello stare dalla parte dei piu deboli, contro le ingiustizie piccole e grandi, senza conformismi. Radici cosi non si spezzano, nemmeno con la morte. E quando la morte arriva ci troviamo tutti stretti intorno alla radice, perchè ne facciamo parte , ognuno a modo suo. Come i nostri tanti volti nella basilica di San Simpliciano, in una giornata di marzo a Milano, con Manuela che fuori sul sagrato sorrideva al figlio Ronaldo e a noi……

Piero Bosio

Ciao Marco,
il mio rammarico è di averti intravisto solo poche volte, a volte ti ho telefonato per ricordarti la rassegna stampa a Radiopop.
Sarebbe stato bello conoscerti, ma sono arrivata in radio quando tu eri già a PeaceReporter.
I miei sono ricordi sbiaditi di te che ora si fanno pieni dell’affetto e dei racconti dei tuoi compagni di viaggio.
Mi hanno raccontato come hai saputo sempre insegnare il tuo sorriso, la tua positività e la tua energia vitale.
Ti devo ringraziare perchè mi hai ricordato che non c’è tempo da perdere.. e non c’è situazione così negativa in cui non si possa dire “sto benissimo”.

Nadia Tadini

L’ho conosciuto negli incroci.
Io entravo in radio e lui ne stava uscendo, ricordo Scaramucci annunciare in redazione che Marco “va a vedere com’è il mondo là fuori”, ricordo lui, seduto gambe sul tavolo vicino a una colonna, ascoltare quel discorso in dedica.
Ci siamo incrociati in giro, a veder cose e raccontarle, qualche volta a dirci prima cosa avremmo detto.
Ci siamo incrociati in radio, quando di tanto in tanto, costantemente, tornava.
Chiacchiera in corridoio e sigaretta sul terrazzo, cazzeggiatore allegro e amichevole.
Ci siamo incrociati a distanza, negli ultimi anni, su strade simili, strette e pericolose.
L’ho pensato spesso, ho sperato per lui come per me.
Ne abbiamo parlato poco, nei saluti più che altro.
“Come stai?”, “Benissimo, vedo bene anche te…”, ”Si, due fiori”.
Ho trovato la registrazione dell’ultimo incrocio in un Micap. Dopo l’omicidio di Abba, Marco chiede conto a chi non vuol dare conto, racconta il sogno di dedicare mesi e mesi a suo figlio, giocarci a pallone, non di andare in giro insieme a spaccare teste. La conservo.
Mi ricordo la conversazione al telefono prima della trasmissione.
Scopro che ti piaceva il mare.
Io navigo ancora in questo. Mi chiedo del tuo.
Che il vento sia buono per te.

Massimo Bacchetta

Leggo, continuo a leggere, guardo le foto, rileggo, sorrido pensando a Manu che mette uno dei tuoi fiori sulla giacca di Ronni e lo chiama amore.
Che bel figlio che avete. Te l’ho detto in un pomeriggio di sole in Garigliano mentre lui girava su un trattorino come un fulmine.
Non ti ho conosciuto bene in tutti questi anni Manu, ma il tuo volto è sempre lì per me, accanto allo sguardo che ride di Marco, identico a quello di Laura. Salutamelo tanto, baciami Marco, ho detto a Laura l’ultima volta all’Isola. E tu Laura, hai sorriso.
Ho fatto parte di uno dei tuoi mondi Marco, la radio. Solo uno dei tanti che hai attraversato. Ti voglio bene. Mi giro e ti rivedo alla scrivania, a lato della mia, in via Stradella, incollato al telefono e alla radio accesa a un buon volume.
Per giorni ho cercato le parole e ancora non le trovo.
Cara Manu, ci siamo tutti, i più vicini da sempre e quelli che hanno fatto parte di uno dei vostri mondi. Ci siamo anche per il vostro bambino. Ci siamo per le persone che amano Marco come ha saputo amare Gianmarco con tutta la sua amicizia. Leggo, continuo a leggere e a volerti bene Marco.
Sempre.

Mari Di Martino

E’ una di quelle foto che continuano a saltare fuori. Da sotto il computer, da un cassetto, in mezzo a documenti o appunti. Non so per quale strana ragione circolava per casa quasi avesse vita propria. Se avevo voglia di guardarla nel giro di pochi istanti la trovavo, ovunque fosse.
E’ del settembre 1991, scattata sull’allora traghetto Tiziano della linea Adriatica, che faceva da anni la spola tra le coste italiane e quelle Jugoslave. Ancona – Spalato il tragitto principale, macinato chissà quante volte dalle pale delle eliche e scavato dallo scafo. Nell’immagine un gruppo di persone: il sottoscritto, alcuni compagni della Cgil, un paio di francesi, Guido Puletti, ucciso pochi anni dopo in Bosnia e Marco Formigoni. Almeno, io ricordo che c’era Marco, ma per la prima volta quando mi sono messo in cerca della foto, dopo aver saputo che lui se n’è andato, non l’ho trovata. Ho cercato in tutti i luoghi in cui le piaceva piazzarsi poi nelle mie scatole di foto, nei cassetti. Persino nell’album storico, quello che ha iniziato mia madre con le mie foto da bambino, metti caso l’abbia messa lì insieme alle altre foto che mi servono per aggiornare l’album, e poi in mezzo ai libri sulla Jugoslavia e sulla guerra, quindi persino tra i romanzi, dietro i mobili, sotto le librerie, metti caso sia scivolata sotto. Niente da fare, la foto onnipresente non la trovo più. Sono certo che ci fosse anche Marco, con il suo ciuffone nero, me lo ricordo, ma volevo esserne certo. Sia come sia, cantavamo. Era l’ultima sera che avremmo passato insieme a tutti i membri della carovana della pace, una decina di pullman che arrivavano da mezza Europa, in gran parte italiani, e che attraversarono la Jugoslavia in guerra. Era il primo anno di combattimenti veri e propri. VuKovar, alla frontiera tra Croazia e Serbia, era il principale teatro dei combattimenti, martellata e disfatta spietatamente dalle artiglierie serbe, usata come città martire dal regime croato. Non c’erano ancora i cellulari, Marco i pezzi li dettava la sera, dall’albergo o appena possibile da dove capitava. Lo ricordo con il suo blocco, scrivere tutto assorto, spesso su un sedile in fondo. Ma quella sera della foto cantavamo. Dopo aver passato Zagabria con i suoi segni di guerra, Novi Sad, nella zona ungherese della Serbia, Belgrado, dove l’accoglienza delle autorità ufficiali venne contestata dai pacifisti serbi e Sarajevo, capitale della Bosnia, la piccola Jugoslavia, per la manifestazione per la pace. Migliaia di persone e rappresentanti delle tre confessioni principali ma anche delle istituzioni, avevano invaso il centro cittadino, giorno di sole e allegria. Una manciata di mesi e la Bosnia divenne un mattatoio. Alla fine eravamo calati a Dubrovnick per prendere il traghetto e tornare a casa. La città dalmata era vuota. La Tiziano era l’unico traghetto al molo. Per strada silenzio, rarissimi passanti, auto in circolazione anche meno. Eravamo stanchi, il pomeriggio quasi tutti ci mettemmo a riposare come si poteva, sdraiati sul ponte o in qualcuno dei saloni. Poco dopo la partenza ci arrivò la notizia che su Dubrovnivk aveva aperto il fuoco l’artiglieria serba.
Ma quella sera era sera di saluti, sera di festa anche se con il suo peso.
E si cantava. Il disertore, ricordo, con i francesi che la cantavano nella versione originale e noi in quella di Fossati, usata tra l’altro come tormentone dalla radio durante l’altra guerra di quel terribile 1991, quella in Iraq. In quel preciso istante ricordo che stavamo cantando l’Internazionale, facce allegre, da festa di saluto, stanchi marci, ma contenti di essere stati insieme. Si discuteva un po’, a gruppi in lingue miste, e poi partiva una canzone e appena appena la si poteva cantare tutti insieme via, partiva il coro malconcio e allegro dei viaggiatori. Marco c’era in quella foto? Si, c’era. Ne sono sicuro, ma perché sta foto non salta più fuori come ha sempre fatto, perchè proprio adesso? Perché non riesco a trovarla più, scavando ovunque. Forse dovrei solo fermarmi, aspettare, spostare il foglio sulla scrivania e sotto il quale ho guardato mille volte e allora tornerebbe a farsi vedere. Forse devo aspettare che gli torni la voglia. Forse anche quella foto ha deciso di fermarsi a pensare a Marco, a quando cantammo l’internazionale nel salone della Tiziano. Non mi ricordo se era intonato. E poi, ma c’era in quella foto? Si, c’era, ma per adesso non ha voglia di farsi vedere.

Paolo Vittone