25 agosto 2009

ciao paolo

Paolo Vittone è morto nella notte di sabato 22 agosto. E’ morto a Trieste, città che aveva scelto nell’ultimo periodo della sua vita. Da tre anni combatteva con tenacia contro il cancro. Redattore, inviato, amico: Paolo Vittone è stato importante per Radio Popolare, perché ha provato a raccontare i luoghi e le genti studiandole, vivendole, partecipando.

Paolo Vittone era stimato (e ricambiava la stima) dall’Osservatorio Balcani, un progetto di studio e discussione sulla pace e la convivenza pacifica in quell’area del mondo. L’Osservatorio Balcani ha voluto ricordarlo proponendo sul suo sito il reportage teatrale di e con Paolo Vittone ‘Srebrenica, storia del massacro dei musulmani d’Europa”.

Chi vuole ricordare Paolo può scrivere all’indirizzo paolo@radiopopolare.it

paolo front

7 gennaio 2010

silvia

Niente più che l’intenso ricordo del tuo viso stanco e sorridente dietro il bancone del chicobar la sera tardi…
Un rum invecchiato di solito accompagnava un fiume di racconti, un bicchiere di vino rosso era per meditazioni più intime.
Ricordo il piacere che sentivo vedendoti comparire dietro il banco, per un altro rum, con un’altra storia da raccontare…

Silvia

5 novembre 2009

PAOLO RUMIZ

Questa è la storia di un uomo che ha scelto Trieste per morire. Lo stesso che nell’agosto 2008 ha raccontato a puntate sul “Piccolo” la storia di un viaggio a piedi da Trieste alla Bosnia. Era già gravemente malato. Negli ultimi mesi aveva imparato ad amare la mia città, al punto di scegliersi una casa: ma solo per morirvi due settimane dopo, nell’agosto del 2009. È la storia di Paolo Vittone, 46 anni, reporter di Radio Popolare di Milano, conosciuto a Sarajevo nell’ultima guerra. Giugno 2008, una sera di pioggia. Qualcuno mi suonò al campanello di casa, aprii il portone, e nella cornice della porta apparve lui. Smagrito, febbricitante, coperto di piaghe, ustionato sul naso e sul collo, lacero e fradicio fino alle ossa, ma totalmente felice. Paolo sembrava uno di quei cani che scappano nella stagione degli amori, e tornano a casa dopo giorni, magri, affamati e contenti. Le rughe, perfino gli eczemi e la pelle rovinata dalle terapie chimiche sembravano disegnati per dare ancora più luce al suo sguardo infuocato di capitano di ventura. Si accasciò su una poltrona, si levò le scarpe, accese una sigaretta e parlò dei boschi attraversati, degli sloveni, dei croati e dei bosniaci, poi di Elisa, la compagna di viaggio che gli aveva regalato i disegni del percorso e l’allegria per affrontarlo. Parlò della sua andatura da lumaca, lenta ma regolare, e del benessere che gli aveva dato; descrisse quel ritmo che gli aveva invaso l’anima come un tamburo, un metronomo che aveva dischiuso orizzonti, scatenato bisogno di silenzio e riportato a galla pezzi di passato: la Dalmazia, il Nepal, la guerra tra Zagabria e la Drina, il padre perduto troppo presto. Conoscevo Paolo da tempo. Avevamo condiviso il mito della Bosnia, della sua resistenza antinazista, dei suoi boschi, delle due donne e dei suoi briganti, della leggenda nera che la pervadeva, di un islam capace di coesistere con cattolici, serbo-ortodossi ed ebrei. In Bosnia era stato per lui fatale tornare. Era bastata una mappa al 100 mila del territorio fra Trieste e Bihac perché tutto gli apparisse chiaro. Era su quel percorso che doveva partire la sua riconquista del tempo. La volle e la realizzò, travolgendo gli ostacoli come sempre. Dopo il viaggio conquistò calma e persuasione di sé. Lo sguardo divenne più profondo, la manualità più essenziale, la voce più calda, il gesto più rotondo, il periodare più sapiente. Divenne maestro nelle pause, le tirava allo spasimo per avvincere. Costrinse la malattia a nobilitarlo anziché a piegarlo. Il rapporto con la Nera Signora s’invertì. La piegò, la prese ripetutamente a cazzotti, per riemergere esausto dai match, ma ogni volta con energia migliore. Anziché lasciarsi usare, la usò per costruire una storia. Mentre moriva pensai che aveva vissuto quindici anni meno di me, ma gli ultimi due se li era presi tutti: aveva avuto il meglio e non aveva buttato via niente. Fuori la bora soffiava furiosa nella notte, ma dentro nella stanza tutto era in ordine: Mozart in sottofondo, il taccuino pieno di note, la bottiglia con lo sciroppo di menta, le matite. La temperatura s’abbassò e quando uscii, alle quattro del mattino, il pianoterra dell’ospedale s’era riempito di grilli infreddoliti. Cantavano dappertutto. Era arrivato nella mia vita all’improvviso, come una buriana di mare. Chi era davvero, mi chiesi subito, quel giornalista-sindacalista-viaggiatore-cuoco-affabulatore-chitarrista che mi cercava? Oggi che non c’è più mi scopro a fare inconsapevolmente i suoi gesti, a mettere il suo gillé nero con le tasche a zip, o a usare la sua penna con inchiostro viola. Dopo il viaggio in Bosnia crebbe in lui — milanese, anzi, lumbard dell’operaia Sesto San Giovanni — la voglia di Trieste. Qui si era fatto nuovi amici. Qui cominciava — diceva — il mondo dove le lingue si mescolano. Diceva che qui e solo qui la gente chiamava i venti col loro nome e le identità basate sulle genealogie non hanno senso, perché tutti vengono da altrove. Con infinita pazienza e infinita testardaggine, aprendosi delle pause in una catena infelice di interventi e terapie in quel di Milano, aveva meticolosamente costruito il suo secondo viaggio. Traslocare la vita. Trovare un punto d’attracco, un approdo per salpare verso chissà dove, qui al capolinea del Mediterraneo, dove splende l’ultimo faro. La malattia l’aveva costretto ai confini del suo corpo, forse per questo aveva fame di orizzonti. Quando tutto fu deciso e la casa affittata, gli scrissi che non doveva sobbarcarsi il peso del trasloco. Rispose in modo indimenticabile. Venire a cose fatte sarebbe come “pretendere di fare in portantina un sentiero sognato da sempre”. Non ho fretta in nulla, disse, “se non per questa scadenza, tanto cruciale, decisiva, sognata da sempre”: vivere vicino al mare, guardare il mare la mattina appena alzato. Ma il bello venne nelle righe successive. «Sai bene che vengo a Trieste a vivere, ma con ogni probabilità a morire… Vengo a Trieste perché è al confine delle terre della mia e nostra anima e essere più vicino mi fa pensare che tornerò almeno una volta a sentire la Neretva, ad ascoltare il muezzin dalla moschea del Beg e annusare i cevapi e la pita in Bascarsija. Vengo a Trieste perché per le sue strade i vocaboli si mescolano, perché solo a Trieste le scintille si chiamano “falische” e i gabbiani imperiali “cocài”». «Vengo perché la casa l’ho trovata tramite uno straniero fidanzato con un’altra straniera e questo mi dà il senso vitale della mescolanza, alla faccia dei fascistelli ottusi. Vengo a Trieste perché sì, perché mi va, perché me la sento così, perché quando creperò avrò parlato con il mare fino all’ultimo, il mare adriatico, dentro al quale ho imparato a nuotare. Vengo a Trieste perché tu e tutti gli altri mi fate sentire al sicuro. Vengo a Trieste perché sono innamorato». Continua la sua ultima lettera: «Potrei fare un trasloco tanto importante senza neanche una goccia di sudore o permettendomi il lusso di rinunciare a settimane o un mese di tutto questo? Forse sarà una faticaccia, ma due giorni di orizzonte mi ridaranno forze a non finire. E una bottiglia fresca di buon spumante portala, il primo brindisi lo faremo insieme, sabato sera, in terrazza. Il frigo avrà tempo di raffreddarsi, non ci stanno molto». Lo vedo nitidamente la sera del trasferimento: esausto, seduto sulla panchina che si era portato appositamente da Milano per godersi il mare dalla sua terrazza, farsi un’iniezione di antidolorifico, poi riaversi dalla fatica, distendersi, allungare i piedi sulla ringhiera verso l’orizzonte già viola, respirare a fondo, accendersi una sigaretta, infine girarsi verso gli amici come un regista verso i tecnici delle luci, e dire con un sorriso ironico a noi portatori di miserabili cautele: visto quanto è stato facile, uomini di poca fede? Fu allora che dall’erta di Gretta sbucò un vecchio amico con un nero cappellaccio a larghe tese. Ci vide, sudati e sfatti dalla fatica, con in mano bottiglie di birra ormai calda (col fischio che il frigorifero s’era messo a funzionare subito, come pretendeva il nostro tirannico datore di lavoro), vide gli occhi di Paolo (che non aveva mai conosciuto) e capì al volo la situazione. Allora si fece dare anche lui una bottiglia di birra calda, prese una chitarra e suonò per il sole che moriva; ci scavò l’anima — due, tre canzoni, non ricordo – con una voce straziante da rebetiko, il canto greco più balcanico che ci sia. Un giorno lo scoprii tra le Rive e piazza dell’Unità con un registratore in mano e il passo felpato del cacciatore. Gli chiesi cosa stesse facendo, e lui rispose che stava catturando le voci e i rumori di Trieste. Onde nella notte, canti d’osteria, le “babe” nei negozi, il fischio delle navi e dei treni in partenza, il miagolìo della bora nelle fessure delle finestre, le orchestrine degli zingari per strada, il rumore delle stoviglie dalle finestre aperte. Perfino nel suo ultimo ricovero, a Trieste, mi chiese di portargli il suo “recorder”, perché in corsia aveva sentito voci “di straordinario interesse”. Non mollava mai. L’ultima cosa che mi disse fu la ricetta della pasta con le vongole. Insistette che non dovevo sbagliare con i tempi. Cucinare era diventato il centro della sua vita ridotta al minimo. Ne ha scritto un collega di Radio Popolare a Milano: “Di lui ricordo cene, vino, pesce, monete irachene, monologhi (suoi), libri, microfoni, musica, donne, Beograd, una finale di Champions League e una bottiglia di Jack Daniels sulla mensola della mansarda di Sesto”. Paolo che cucina e scrive, semivestito, in calzini, saltando dai fornelli al tavolo di studio. Paolo liceale che arringa gli studenti col pugno chiuso, sventola la bandiera con su scritto “Scuola occupata”. «Te ne sei andato con un finale aperto — gli ha scritto post mortem l’amica Elvira Mujcic sopravvissuta alla strage di Srebrenica — come nella migliore tradizione letteraria jugoslava. Sapevo che avresti fatto così: il finale aperto è per coloro che non ci pensano nemmeno a trovarne uno, perché sanno che nulla può davvero finire». Ed è vero. Paolo c’è, che diamine. È ancora lì. È un libro aperto, una tavola imbandita, una panca sul mare, una sigaretta nel tramonto.

24 settembre 2009

luca


Ci siamo incontrati l'ultima volta mesi fa a Sesto. E' stato casuale, io
stavo andando ai giardini con la mia compagna e i bimbi e tu mi hai detto
che stavi passando da casa per prendere due cose prima di trasferirti
presso amici a Milano dove eri ospite.
E' stato lì che mi hai detto della tua malvagia malattia che comunque
vivevi con tranquillità, non con rassegnazione.

Abbiamo parlato del lavoro futuro, di ciò che stavi preparando, di quanto
stavi progettando a Trieste, del futuro viaggio. Ti ho domandato del tuo
amico Paolo Rumiz e di quanto aveva in animo di fare; e poi di altre cose.
Con la solita promessa di ritrovarci nel futuro prossimo ("Puoi trovarmi in
Radio. O comunque lì sanno sempre dove sono" dicevi). Ora ciò non è più
possibile. Come sempre gli impegni e la vita ci distolgono da quanto il
nostro cuore gradisce.

Il nostro conoscerci nelle sedi fumose della nostra organizzazione politica
ci aveva fatto trascorrere ore e giorni iniseme tra riunioni,
manifestazioni e anche momenti di divisione. Ma c'è stato anche il
diveritmento, le bevute, il portarti sulle spalle su per le scale della mia
casa in campagna perchè tu eri troppo "pieno" per mettere i piedi sui
gradini.

Poi, ognuno a modo suo, abbiamo proseguito la militanza.  E ciò ci ha
portato a incontrarci nuovamente, nelle assemblee dove tu venivi a narrare
quanto accadeva nei Balcani o altrove, dove decidevi di andare per svolgere
il tuo lavoro e lì avevamo modo di scambiare ancora dei pareri.

Scusa per il (solito mio) ritardo.

Ciao.

Luca
8 settembre 2009

cristiana

Caro paolo,

non ti conoscevo, non ti ho mai conosciuto, per uno stupido errore ti
ho inviato una mail che non potrai mai leggere.
Ora che leggo i messaggi degli amici che ti hanno conosciuto
veramente, non posso fare a meno di dedicarti un pensiero, un semplice
GRAZIE per quello che hai fatto nella tua vita per gli altri, grazie da
chi vorrebbe essere come te , ma non ne ha il coraggio.
cristiana

cristina

Caro Paolo l’ultima volta che ci siamo visti è stato 2 anni fa, mi hai donato i tuoi pensieri scritti sul foglio dell’enoteca, li ho conservati, sono qui davanti a me e rileggendoli ecco tutta la tua sensibilità, la tua dolcezza, l’amore per la vita e la gioia di poterla osservare ancora…un giorno ancora…e il rammarico di essere “chi saluta e va via…”.
Mi hai lasciato il foglio e te ne sei andato via sorridendo…voglio ricordarti così.
Un bacio
Cristina Pucci

3 settembre 2009

katia

Che dolore grande.. Infinitamente grazie a te. Katia

cristina

ho appreso solo ora con sgomento della morte di Paolo……l’ultima volta che ci siamo visti è stato quando aveva proposto alla Fondazione un progetto sui bambini in zone di guerra, aveva prospettato le zone dove sarebbe potuto andare, i filmati e le interviste che avrebbe potuto fare con lo scopo poi di fare una pubblicazione e un filmato da distribuire nelle scuole di Milano……poi aveva soggiunto:” aspetta però a far partire il progetto, devo fare degli ultimi accertamenti clinici così potrò poi lavorare tranquillo….”
Grazie Paolo della tua disponibilità, del tuo entusiasmo, della tua ironia e della tua professionalità…….ci mancheranno!!!
Un abbraccio
Cristina Franceschi

r

la prima volta è stata a casa sua, io filavo Carla e lui è entrato nella  stanza nudo come un verme e con quel sorriso che lo ha accompagnato sempre sino all’ultimo mi hai chiesto da fumare. è così che l’ho conosciuto.
una notte in piazza dei miracoli, decisamente  più sbronzo di lui salgo sul cornicione del battistero (c’era un impalcatura) e Paolo dietro per accciuffarmi prima che volassi di sotto poi sulla strada del ritorno un’auto accartocciata con due ragazzi dentro, i volontari della misericordia impacciati non sanno che fare.la sbornia passa di colpo , forziamo una portiera e riusciamo a divellere un sedile che li bloccava, li tiriamo fuori ci sentiamo felici. poi di nuovo sulla strada ,la musica che racconta.
baia di Calvi. immersione su un relitto. il relitto non si trova in compenso  finiamo sopra una falla della condotta fognaria a mare. un’ora di gommone per tornare a casa, la puzza di merda non ci molla. Paolo ride come un matto tutto il tempo
anche questo era Paolo.
R.

“le donne di sesto”

Ciao Paolo,
ci sembra ieri  …quando sei entrato per la prima volta nella nostra Associazione con Renu per parlarci del Nepal. Poi in Nepal ci siamo andate e tu ci hai seguito, nonostante la malattia,  nelle diverse iniziative che abbiamo organizzato a Sesto.  Ci rimane il rimpianto di non essere riuscite a realizzare il progetto con le donne di Srebrenica a cui tu tenevi tanto ….. dicevi  “quando volete, io sono sempre disponibile”… Un abbraccio infinito da tutte noi

Associazione “da donna a donna”
(le donne di Sesto, come ci chiamavi tu)
2 settembre 2009

cristina

Caro Paolo, ti ricordo con questa foto che ti hanno scattato in via Stradella mentre lavori con Antonella.

Sei venuto un po’ sfocato, ti piaceva essere in movimento.

Ti ho ammirato per come hai affrontato la malattia con tanto coraggio e un po’ di sana incoscienza.

Grazie per tutte le cose gentili che mi dicevi, sempre.

Cristina

paoloanto

rossella

A quarant’anni non si e’ preparati ad affrontare una grave malattia ed il suo
evento finale quale la morte, non e’ naturale, ma Paolo e’ stato costretto ad
iniziare un percorso, ha dovuto allenarsi , non per andare piu’ veloce, ma per
andare piu’ lentamente, perche’ improvvisamente il suo corpo non rispondeva piu’
ai suoi bisogni quotidiani. Ha voluto prendere questo “cancro” incontrollabile
per le corna per non essere infilzato, schiacciato, perche’non faceva parte di
lui darsi per vinto. Ma aveva capito che doveva voler bene a questo mostro
ormai insinuato dentro di lui, doveva accettarlo, curarlo, parlargli con
dovizia, assecondarlo con la praticita’ di tutti i giorni ed anche essergli
grato per avergli consentito di conoscere profondamente senza mediazioni la
fragilita’, l’impotenza, il bisogno infinito ed indispensabile dell’amore della
gente. Spesso ne parlava ed era proprio questo amore e questo senso di
accoglienza calda e protettiva che lo circondava che gli ha consentito di
vivere, di gioire, di incazzarsi, di camminare, di viaggiare e di creare  fino
all’ultimo, contrastando quel suo fardello mortifero, che fa parte di noi
tutti, ma che ostinatamente e con disinvoltura teniamo in un angolo come fosse
un estraneo.
Ed ecco che, quando ho conosciuto Paolo, ho ripreso il fardello che avevo
vissuto qualche anno fa, in lui mi sono specchiata ed e’ stato tutto
squisitamente naturale e familiare, pur con momenti di angoscia ed inquietudine
ed a volte ansia per il tentativo di rifiutare questo fardello. Purtroppo non
ho potuto curare direttamente  le sue sofferenze nell’ultimo periodo, ma ho
fatto in modo di trasmettere quello che era Paolo al personale sanitario della
Medicina d’Urgenza di Trieste, che lo ha accolto con dolcezza ed ha avuto la
professionalita’, l’umanita’, la compassione e la delicatezza di curarlo e
sollevarlo dalle sue sofferenze. Di questo tutti i parenti e gli amici sono
immensamente grati. 

Ciao Paolo

Rossella
1 settembre 2009

antonio

Voglio salutare il mio compagno di classe, il mio compagno di teatro, il mio compagno di avventura alla casa di Sesto San Giovanni e per ultimo voglio salutare quel mio amico di cui avevo perso un po’ le traccie ma che ho ritrovato in questa malattia inesorabile che pochi sconti gli ha fatto. Sei stato forte, hai combattuto con coraggio e i tuoi compagni ti hanno dato la forza necessaria ad andare avanti.
Peccato non abbiamo avuto il tempo di farci un immersione insieme…come fare per recuperare?
La mia prossima sarà dedicate a te!
Ti voglio bene
Antonio L.

massimo

Paolo, vedendo la foto in cui dai il biberon alla bambina.
mi è tornata in mente la domanda che mi hai fatto
più spesso negli anni in cui abbiamo lavorato insieme: parlami delle tue figlie, dimmi com’è.
E’  come fai tu nella foto, bravissimo.

Massimo Rebotti

31 agosto 2009

l'anno scorso

patrizia

Eravamo i più giovani io, Antonella e TU. sembravi già saggio con la tua voce profonda ed il tuo tono un pò compassato, ma pieno di energia.

Ti ho rivisto un ferragosto a Radiopop insieme a Dario che già conoscevi ed i nostri bambini. Un piacevole incontro ed una sorpresa.

Ciao Vittone, continua a volare

ivan

Ciao Paolo,
provero’ a cercare qui a Melbourne una campana tibetana.
La voglio rozza e lucente come quella che una volta hai portato in radio e che hai mostrato a tutti come reliquia di sciamano.
Tu sapevi farla suonare, producendo vibrazioni antiche e armoniose.
Io non ero bravo come te ma ti prometto che mi allenero’!
E poi ti devo un mare di sigarette, tutte quelle che ti ho scroccato all’alba sul terrazzino di via Ollearo.
Ma le Drina qui non sono ancora arrivate, dovrai accontentarti di un pacchetto di Marlboro rosse…
Dovidgenja prijatelj moj!

Ciao Paolo,

provero’ a cercare qui a Melbourne una campana tibetana.

La voglio rozza e lucente come quella che una volta hai portato in radio e che hai mostrato a tutti come reliquia di sciamano.

Tu sapevi farla suonare, producendo vibrazioni antiche e armoniose.

Io non ero bravo come te ma ti prometto che mi allenero’!

E poi ti devo un mare di sigarette, tutte quelle che ti ho scroccato all’alba sul terrazzino di via Ollearo.

Ma le Drina qui non sono ancora arrivate, dovrai accontentarti di un pacchetto di Marlboro rosse…

Dovidgenja prijatelj moj!

marilena

Caro Paolo,
un giorno sei entrato in farmacia dopo una seduta di chemioterapia.Avevi delle ricette con dei farmaci che ti avevano prescritto, faceva un caldo terribile e tu stavi malissimo.
Ti abbiamo offerto un bicchier d’acqua, un fazzolettino umido e ti sei ripreso un poco.
Guardando il nome sulla ricetta ti ho domandato se fossi proprio quel Paolo Vittone di Radio Popolare di cui avevo seguito tutti i reportage dalla Bosnia.
Ecco, ti ho conosciuto così un po’ più di 2 anni fa.
Da allora ci siamo visti in media una volta al mese, quando venivi in farmacia a prendere i tuoi presidi e i tuoi farmaci.
Ogni volta ritagliavamo sempre un po’ di tempo per una bella chiacchierata.
Abbiamo scoperto di avere amici in comune, vite intersecate negli anni.
Ricordo il mio stupore quando, l’estate scorsa mi hai annunciato il tuo viaggio in Bosnia. Ero più preoccupata io di te.
Ricordo la tua gioia al ritorno e la soddisfazione.
Ricordo la delusione e la sofferenza per la tua operazione andata male, la sofferenza ma la sconcertante autoironia, la voglia di andare avanti, di ricominciare sempre.
Ti ho sentito per l’ultima volta a fine luglio quando hai telefonato per dirmi che avresti mandato qualcuno a prendere i prodotti per te perchè ti stavi trasferendo a Trieste.
Ero contenta per te.
” Ho trovato una casa bellissima con un terrazzo grande  che guarda il mare”, mi hai detto, così  entusiasta!
Ci siamo salutati e ti sentivo nella voce la gioia per questa nuova avventura.
E’ stato un privilegio incontrarti e conoscerti ed è proprio così che mi piace immaginarti: in viaggio per una nuova avventura, sotto cieli nuovi ma azzurri e ventosi come quelli della tua amata terra.
Marilena

Caro Paolo,
un giorno sei entrato in farmacia dopo una seduta di chemioterapia.Avevi delle ricette con dei farmaci che ti avevano prescritto, faceva un caldo terribile e tu stavi malissimo.
Ti abbiamo offerto un bicchier d’acqua, un fazzolettino umido e ti sei ripreso un poco.
Guardando il nome sulla ricetta ti ho domandato se fossi proprio quel Paolo Vittone di Radio Popolare di cui avevo seguito tutti i reportage dalla Bosnia.
Ecco, ti ho conosciuto così un po’ più di 2 anni fa.
Da allora ci siamo visti in media una volta al mese, quando venivi in farmacia a prendere i tuoi presidi e i tuoi farmaci.
Ogni volta ritagliavamo sempre un po’ di tempo per una bella chiacchierata.
Abbiamo scoperto di avere amici in comune, vite intersecate negli anni.
Ricordo il mio stupore quando, l’estate scorsa mi hai annunciato il tuo viaggio in Bosnia. Ero più preoccupata io di te.
Ricordo la tua gioia al ritorno e la soddisfazione.
Ricordo la delusione e la sofferenza per la tua operazione andata male, la sofferenza ma la sconcertante autoironia, la voglia di andare avanti, di ricominciare sempre.
Ti ho sentito per l’ultima volta a fine luglio quando hai telefonato per dirmi che avresti mandato qualcuno a prendere i prodotti per te perchè ti stavi trasferendo a Trieste.
Ero contenta per te.
” Ho trovato una casa bellissima con un terrazzo grande  che guarda il mare”, mi hai detto, così  entusiasta!
Ci siamo salutati e ti sentivo nella voce la gioia per questa nuova avventura.
E’ stato un privilegio incontrarti e conoscerti ed è proprio così che mi piace immaginarti: in viaggio per una nuova avventura, sotto cieli nuovi ma azzurri e ventosi come quelli della tua amata terra.
Marilena

luigi

ciao paolo,
scusa se ultimamente non mi sono più fatto vivo, chiedevo tue notizie, sapevo che ti eri trasferito a Trieste, che lottavi..mi è sempre mancato il coraggio...
ricordi la festa a Camino?i musicisti, le danze, il vino, il cibo... allegri,
forse un pò sbronzi
buon viaggio amico, Luigi

lorenzo

Oggi, 30 agosto 2009 dopo tanto tempo mi ritrovo seduto al desk del
conduttore del gr e non riesco a togliere lo sguardo dalla tua scrivania, li davanti a pochi centimetri dalla “mia”.
Penso alle aperture fatte insieme, che iniziavano sempre con il tuo ormai famoso “ciao bello”.
Ricordo le vivaci discussioni con te, proveniente dalla cisl e il
sottoscritto, cigielllino impenitente.
Ci vedavamo poco, ma i momenti che passavamo insieme erano intensi.
Mi parlavi del desiderio di poter raccontare dal posto le brutture dalla
guerra nei balcani, mi confidavi le frustazioni e le gioie del tuo lavoro,
della tua salute.
Chissa se l’intesa tra di noi era determinata dal nostro essere sempre un pò sindacalisti.
Ho avuto la fortuna di conoscerti a fondo e  i messaggi che in questi giorni leggo sul blog mi consolano.
Niente di retorico: tu era proprio come vieni descritto: dolce, altruista
e coraggioso.

ciao bello.

Lorenzo Marcandalli

ele

Ti ho conosciuto una notte, la seconda del tuo primo ricovero...
Era già iniziato il tuo percorso di malattia...
Ho sempre saputo che assistere chi soffre nella speranza della guarigione può essere difficile,ma a volte regala l'opportunità di conoscere storie di vita vissute, altrimenti sconosciute.
Penso alle ore trascorse a parlare delle tue avventure, dei tuoi viaggi come inviato speciale e mentre raccontavi rivivevi quei momenti... ed io  avevo la sensazione di vedere le immagini che descrivevi e i misteri che svelavi... Era
come leggere un romanzo avvincente...Solo che di ogni parola ne portavi traccia sulla pelle. Ricordo che mi dicesti che te l'eri cavata in avventure ben peggiori, non potevi arrenderti a questa... Ma ora non è dipeso da te...
Domandavo e sapevo di te, avevo tue notizie da un collega divenuto per te un amico e sapere da lui della tua scomparsa mi ha intristita. Avrei voluto parlarti e sentirti raccontare di te ancora una volta...
Non dimenticherò,anche se in una situazione spiacevole,l'opportunità  avuta di averti
incontrato. Buon viaggio Paolo....
Ele

paolo r.

Eravamo stati insieme durante la guerra in Bosnia, poi ci siamo perduti. Tre anni fa l’incontro, lui è già malato. Voglia tanta di rivedersi, un primo viaggio a trieste, che poi diventa tre, dieci, quindici viaggi. La conoscenza del nostro vento, del nostro mare, delle nostre canzoni d’osteria. Amici, tanti: tutti incantati da quest’uomo che la malattia sembra raffinare anziché corrodere. Arriva la voglia di un viaggio a piedi, in Bosnia, perché no, nonostante il male. Il sogno si realizza, Trieste-Bihac quasi sempre sotto la pioggia, con un incontro chiave della vita. Il ritorno, che ritorno a Trieste! pesto, rovinato dalla chemio, esausto, segnato da eczemi, ma IMMENSAMENTE FELICE. Due occhi grandi così pieni di gioia. Trieste diventa la meta, o il capolinea, non lo sa nemmeno lui. Trova una casa accanto al faro, una pergola e il mare, la prende, trasloca in piena estate, guida lui stesso il trasferimento, con una pattuglia di amici. La sera, con la casa piena di scatoloni, la prima sigaretta fumata al tramonto, sulla terrazza della nuova casa, gli occhi luminosi di soddisfazione, l’arrivo di Vinicio Capossela, assolutamente casuale, che gli ruba la chitarra e saluta il sole che muore con quattro canzone mormorate tra i grilli. Pace assoluta, pochi giorni appena, poi il ricovero, brevissimo, e la partenza per le stelle. Ripenso a tutto questo e mi accorgo che lui ha ostinatamente voluto costruire una storia. Fino all’ultimo. Per tutti noi.

Luca

Caro Paolo, ci siamo scritti e abbiamo lavorato insieme fino alla sera prima del tuo ricovero. Mi dispiace di non essere potuto venire venerdì. So che c’erano tutti i tuoi amici. Io qui ho una bimba che sta per nascere a giorni. E tu sei andato via. Mi piace pensarti con la cicca in bocca che scruti l’orizzonte da lassù per trovare lo spunto per un pezzo nuovo. Io, da parte mia, ti confermo quel che ti ho sempre detto e scritto, fino al giorno in cui te ne sei andato. Il libro sul tuo viaggio a piedi fino in Bosnia lo facciamo, dobbiamo e vogliamo. Vedrai che a giorni sarà tutto a posto e potremo procedere come avevamo programmato. Ora spegni la cicca: lassù pare che sia vietato fumare… Non lo sapevi?…

28 agosto 2009

gianni

un ultimo abbraccio a paolo, partito di nuovo per un lungo viaggio.
gianni barbacetto

marta

Carissimo Paolo,

ma lo sai che non riesco a scriverti? Inizio e cancello, mi fermo e ricomincio.
E’ che non trovo le parole…

Oggi, ascoltando le bellissime parole che Paolo Rumiz ti ha dedicato su Radio Popolare, la nostra radio, mi sono resa conto in modo netto e inequivocabile di non averti mai conosciuto davvero.

Eppure (magari te lo ricordi anche tu) quante aperture abbiamo fatto insieme a Milano!
Io stremata dalle mie albe matte e disperatissime, tu seduto al tuo desk, proprio di fronte al conduttore, che fumavi già in orari improbabili, e ogni volta che ti alzavi per andare alla macchinetta del caffè chiedevi (più che gentile genuinamente altruista) “ti porto qualcosa?”

Ma quello non era conoscersi…e così, ho scoperto oggi, ho perso una grande occasione.

Mi dicono che eri molto cambiato in questi tre anni, che la malattia davvero ti aveva segnato.
Anzichè permetterle di svuotarti tu le avevi imposto di riempirti: di farti più bello.
Questo ho capito. Questo voglio conservare di te.

Insieme a quell’abbraccio. Quando, inatteso, sei arrivato in redazione a Roma carico di un valigione che segnalava un’imminente partenza delle tue.
Mi abbracciasti forte, tanto. Un abbraccio vero.

Non mi era mai successo prima. Da un pò di giorni invece, “Vittone”, mi manchi.

Marta Bonafoni

andrea

Non sapevo della malattia. Una grande tristezza e tanti ricordi.
Innumerevoli collegamenti, specialmente dai Balcani, in cui notavi sempre la professionalità, profonda conoscenza di fatti e luoghi e passione per il mestiere.
Sempre determinato, sereno, ma senza sconti (le domande che doveva fare le faceva, anche a quelli che erano oramai vecchi amici come me).
Mi stringo attorno agli amici di Radio Popolare e Vi prego di porgere sentite condoglianze alla Famiglia.
We will miss you Paolo,
Andrea Angeli – Missione UE Kabul (Portavoce Onu Balcani ‘93 – ‘03)